Il vino di Formentera esiste, ed è più interessante di quanto pensi
Ti è mai capitato di assaggiare un vino e pensare “questo non dovrebbe esistere qui”?
A me è successo a Formentera. L’isola più piccola delle Baleari, quella che nell’immaginario collettivo è solo sabbia bianca, acqua trasparente e aperitivo al tramonto. Eppure lassù, in cima a La Mola, a duecento metri sul livello del mare, qualcuno fa vino. E lo fa da prima che arrivassero i turisti: lo facevano i Fenici, che portarono la vite su queste coste secoli fa, perché le Baleari hanno sempre avuto una vocazione per il vino che il resto del mondo ha semplicemente dimenticato di raccontare.
Per molto tempo quel vino è rimasto lì, sull’isola, bevuto da chi ci viveva, senza nessuna ambizione di uscire da Formentera. Poi qualcuno ha iniziato a chiedersi se quel potenziale meritasse qualcosa di più. Ed è lì che entra in scena Terramoll.

Una cantina nata dal vento
Terramoll non è una cantina che si è “trovata” un territorio difficile. Lo ha scelto.
Siamo a Pilar de la Mola, l’altopiano più alto e più esposto dell’isola, quaranta ettari a strapiombo sul faro che guarda il Mediterraneo aperto. Qui il vento non è un dettaglio: è una presenza costante, quasi un membro della squadra. Accarezza le viti tutto l’anno, le stressa quanto basta, e lascia un segno preciso in ogni bottiglia — quella sapidità che chi beve i vini di Terramoll riconosce subito. Il resto lo fanno i muretti a secco, il terreno argilloso-calcareo e un caldo arido che qui non fa sconti a nessuno. Le vigne sono biologiche, non irrigate, vendemmiate a mano. E tra i filari sopravvivono viti a piede franco mai innestate — una rarità che l’isola può permettersi solo perché la fillossera, per una volta e direi anche per fortuna, non è mai arrivata fin qui.
Da questo paesaggio nascono bianchi freschi e salini da Malvasia, Moscatel, Moll, Garnacha blanca, Macabeo e Viognier, e rosati delicati che raccontano la stessa luce. Ma il vino di cui voglio parlarti oggi è un altro: il rosso.

Bodega Terramoll | © Become Somm
Forse è Monastrell, o forse no.
Sull’etichetta si legge Monastrell. Ed è lì che la storia si complica, nel modo più interessante possibile.
Il titolare di Terramoll racconta che le analisi genetiche condotte sull’uva hanno restituito un risultato che nessuno si aspettava: una parentela solo lontana con il vero Monastrell continentale. Non è la stessa varietà che conosciamo dal Levante spagnolo o dalla Provenza. È qualcosa che si è adattato, isolato, trasformato — un’uva che oggi si comporta come Monastrell ma che, di fatto, si è ritagliata un’identità propria, forgiata da decenni (forse secoli) di isolamento su un fazzoletto di terra circondato dal mare. E qui il parallelo con certe storie che si raccontano in California o in Borgogna diventa quasi inevitabile: un vitigno che porta il nome di un altro, cresciuto in condizioni così estreme — caldo, aridità, vento, sale — da aver sviluppato una risposta tutta sua. Più che una copia imperfetta di uno stile venuto da fuori, è una varietà che si è scritta un capitolo a parte, proprio come il territorio che la ospita.
Non stupisce che sia proprio questo il vino su cui la cantina ha deciso di scommettere per farsi conoscere fuori dall’isola. Non un Monastrell “made in Formentera”, ma qualcosa che assomiglia a un Monastrell solo su carta, e che nel bicchiere racconta tutt’altro: tannino asciutto, frutto scuro concentrato dal sole, un finale minerale e salino che non lascia dubbi su dove sei stato a bere.

© Become Somm
Un’identità che si costruisce, non si eredita
Terramoll, dal 2000, prova esattamente questo: che Formentera non è solo un posto dove si beve vino d’estate, ma un posto dove il vino, quello vero, si fa. Savina, Es Monastir, Astarte, Lliri — ogni etichetta della cantina è un modo diverso di raccontare l’isola, e ognuna parte dallo stesso principio: lasciare che sia il territorio a parlare, senza inseguire modelli venuti da fuori. Ed è forse questo il punto vero: a Formentera nessuno si aspetta un’uva che riscrive se stessa pur di sopravvivere al vento, al sale e a un’estate che non concede tregua. Eppure è successo, ed è successo proprio qui, su quaranta ettari affacciati sul faro della Mola.
La prossima volta che qualcuno ti dice che a Formentera si va solo per il mare, ricordagli che in cima alla Mola c’è chi fa vino da un’uva che nemmeno la genetica sa come chiamare fino in fondo. E che forse è proprio questo il modo più isolano possibile di fare le cose
Scritto da…

Simone Ingrassia è sommelier diplomato AIS e fondatore di Become Somm, media company sul vino con oltre 67.000 follower e centinaia di migliaia di lettori ogni mese sui vari canali. Ha costruito la propria competenza sul campo — tra cantine, degustazioni e viaggi nelle varie regioni — traducendola in migliaia di contenuti pubblicati tra newsletter, social e web. Scrive di vino per chi vuole capirlo davvero, senza fronzoli e senza reverenza inutile.



