C’è un territorio che potrebbe diventare il prossimo Montrachet
E questo è il momento giusto per scoprirlo
C’è un pezzo di Borgogna incastrato tra due dei nomi più pesanti della Côte de Beaune. Le sue vigne migliori toccano fisicamente il suolo del vino bianco più mitizzato del pianeta — non a chilometri di distanza, ma a pochi metri, oltre un confine tracciato da monaci e signori locali secoli fa. Eppure, fino a poco tempo fa, quasi nessuno fuori dalla Borgogna sapeva che esistesse.
I produttori lo sanno da generazioni. Gli appassionati e i sommelier più attenti lo seguono da tempo, anche perché i prezzi restano lontani da quelli dei vicini più celebri. Ma per capire perché quel decimo è un affare clamoroso, prima devi sapere esattamente di cosa parliamo quando diciamo “Montrachet”.

Qui potrebbero nascere i “prossimi Montrachet”
Ma prima: cos’è il Montrachet?
Se non hai passato anni a studiare mappe di Borgogna, il nome “Montrachet” suona prestigioso ma astratto. Ecco perché non lo è.
Montrachet non è una regione, non è un’appellazione generica: è un unico vigneto di circa 8 ettari, diviso quasi esattamente a metà tra i comuni di Puligny-Montrachet e Chassagne-Montrachet. Otto ettari — più o meno un campo da calcio moltiplicato per undici — per produrre il bianco secco più mitizzato del pianeta. Il suolo è calcare giurassico di 175 milioni di anni fa, attraversato da una vena di marna ricca di manganese che non si trova identica in nessun altro vigneto della zona. È questo dettaglio geologico, non il marketing, a spiegare perché il Montrachet fa un vino diverso da tutto il resto anche a pochi metri di distanza.
Intorno a questo singolo vigneto orbita una “famiglia” di altri quattro Grand Cru che condividono lo stesso rilievo collinare: Chevalier-Montrachet (il più alto, solo a Puligny), Bâtard-Montrachet (diviso tra i due comuni), Bienvenues-Bâtard-Montrachet e Criots-Bâtard-Montrachet (entrambi minuscoli, meno di 4 ettari ciascuno). Cinque nomi, un’unica collina, la concentrazione più alta di terroir leggendari per lo Chardonnay.
I numeri spiegano il resto: circa 47.000 bottiglie l’anno prodotte da 17-18 proprietari — tra cui Domaine de la Romanée-Conti, Domaine Leflaive, la famiglia Marquis de Laguiche (vinificata da Joseph Drouhin) e Ramonet — per un vigneto le cui origini vinicole risalgono al Medioevo, ai monaci cistercensi dell’abbazia di Maizières. Il prezzo oscilla da poche centinaia a oltre 2.000 euro a bottiglia, con le etichette più ambite ben oltre quella soglia. Quando qualcuno dice “è il nuovo Montrachet”, sta invocando scarsità, geologia millenaria e una delle riserve di ricchezza liquida più concentrate del mondo del vino. Ecco perché è un paragone che va usato con cautela — e perché, quando è giustificato, vale la pena ascoltarlo.
Ed è qui che subentra Saint-Aubin
Il nome di questo territorio emergente è Saint-Aubin. Il “Triangolo d’Oro” ufficiale della Borgogna bianca è Meursault–Puligny–Chassagne. Saint-Aubin non ci è mai entrato: si trova in una combe trasversale, leggermente fuori asse rispetto alla linea principale della collina. Per generazioni è stato trattato come l’appendice povera del quartiere — bevuto dai vignaioli stessi, ignorato dai collezionisti internazionali. Eppure ha 30 climat Premier Cru: una concentrazione enorme per un’appellation ancora oggi sotto ai radar.
Il punto non è la vicinanza generica. Il climat di En Remilly è il punto di Saint-Aubin più prossimo allo Chevalier-Montrachet Grand Cru. Murgers des Dents de Chien è arroccato letteralmente sopra il Montrachet stesso — stesso versante, stessa esposizione, stessa matrice calcarea. Un confine amministrativo, tracciato secoli fa da monaci e signori locali, è l’unica cosa che separa queste vigne da uno dei terroir più mitizzati della storia del vino.
Dimentica l’opulenza del Meursault. Saint-Aubin produce Chardonnay più teso, più minerale, con un’acidità che ricorda il Puligny ma un’impronta più magra — meno struttura, più precisione. Le vigne più alte (fino a 400 metri) danno vini che chiedono anni di cantina prima di aprirsi; quelle più basse, esposte al sole del pomeriggio, danno versioni più pronte e opulente, da bere prima. È una gamma stilistica intera dentro una singola appellazione — cosa rara in Borgogna, dove di solito il villaggio detta uno stile unico.

Wine Map di Saint Aubin | © Become Somm
Il vantaggio che nessuno considera: il clima
Mentre il resto della Borgogna si scalda e i produttori rincorrono un’acidità che sta lentamente sparendo, le vigne di Saint-Aubin — più alte, con esposizioni diverse rispetto ai pendii aperti di Puligny — potrebbero diventare il vero rifugio climatico della Côte de Beaune nei prossimi vent’anni. Quello che oggi è “il vicino povero” rischia di essere, tra una generazione, l’unico posto della zona ancora capace di fare Chardonnay fresco quando Meursault non ci riuscirà più.
Ma chi produce Saint Aubin tra i migliori di Francia?
Domaine Hubert Lamy (il nome che i sommelier si scambiano sottovoce), Marc Colin et Ses Fils, Jean-Claude Bachelet et Fils, e Gérard Thomas — quest’ultimo firma proprio il Murgers des Dents de Chien che costa meno di una cena mediocre a Parigi.
Non è il “nuovo Montrachet”. È quello che il Montrachet era prima che diventasse un “trofeo“.
Scritto da…

Simone Ingrassia è sommelier diplomato AIS e WSET Level 3 oltre che fondatore di Become Somm, media company sul vino con oltre 67.000 follower e centinaia di migliaia di lettori ogni mese sui vari canali. Ha costruito la propria competenza sul campo — tra cantine, degustazioni e viaggi nelle varie regioni — traducendola in migliaia di contenuti pubblicati tra newsletter, social e web. Scrive di vino per chi vuole capirlo davvero, senza fronzoli e senza reverenza inutile.



