Master of Wine 2025: tutte le sfide e le domande dell’esame più temuto del mondo del vino
Ogni anno, quando il Institute of Masters of Wine pubblica la lista ufficiale dei vini e delle domande d’esame, il mondo degli appassionati e dei professionisti del vino si ferma per dare una sbirciata. È un po’ come guardare la vetta dell’Everest dal campo base: affascinante, inaccessibile, eppure irresistibile.
Il titolo di Master of Wine è considerato da molti il più alto riconoscimento nel settore. Solo in pochi riescono a conquistarlo, al termine di un percorso che unisce rigore accademico, competenze tecniche, visione critica e un palato finemente allenato. Ma cosa significa davvero affrontare questo esame? Quali vini vengono degustati? E quali sono le domande a cui bisogna rispondere, senza avere a disposizione altro che la propria testa, la propria esperienza, e – si spera – un po’ di lucidità?
Il 2025 non ha fatto eccezione: il programma d’esame, pubblicato il 18 giugno, conferma la reputazione di difficoltà e profondità che da sempre accompagna l’MW. Si parte con lo Stage 1, un banco di prova che combina teoria e degustazione, per poi arrivare allo Stage 2: quattro giorni consecutivi tra prove pratiche e scritte, dove si gioca davvero il tutto per tutto. I risultati? Arriveranno solo a settembre, ma già da ora possiamo farci un’idea concreta di ciò che è stato chiesto ai candidati. E non è poco.

Stage 1: cosa viene chiesto e come funziona davvero
La prima parte dell’esame, nota come Stage One Assessment, si è tenuta il 2 giugno. Si tratta di una selezione intermedia, utile a valutare chi è pronto a proseguire nel percorso. Dodici vini sono stati serviti alla cieca, coprendo un’ampia gamma stilistica: si andava da un Pessac-Léognan bianco bordolese a un Barefoot Chardonnay californiano (sì, proprio quello da supermercato), passando per un Amarone della Valpolicella, Pinot Noir neozelandese, Tokaji ungherese e anche un Vin de Constance sudafricano.
Ma non basta avere un buon naso per riconoscerli. Bisogna anche scrivere in modo preciso le ipotesi sull’origine, lo stile, il vitigno, la vinificazione, l’annata e, soprattutto, il motivo per cui si arriva a quelle conclusioni.
Sul fronte teorico, le domande spaziano dalla gestione dei parassiti in vigna al controllo qualità in fase di imbottigliamento, fino all’analisi dei pro e contro dei private label per le cantine e i distributori. Nulla è scontato: bisogna dimostrare di sapere come funziona il mondo del vino dal grappolo allo scaffale.
Stage 2: il cuore dell’esame, tra degustazioni e domande a tutto campo
Dal 3 al 6 giugno, i candidati hanno affrontato lo Stage Two, diviso in cinque giornate tra prove pratiche e scritte. Ogni giorno ha messo alla prova competenze diverse, ma con un filo conduttore chiaro: padronanza assoluta del prodotto vino, in ogni sua declinazione.
Le degustazioni pratiche hanno incluso Riesling tedeschi (dal Sekt Extra Dry fino alla Beerenauslese), Chardonnay da quattro continenti, Vin Santo, Oloroso, Porto 40 anni, ma anche Xinomavro greco, Touriga Nacional portoghese e persino un Côtes de Provence Cru Classé. Un mix che richiede versatilità e grande sensibilità interpretativa, oltre alla capacità di argomentare ogni risposta in modo tecnico e coerente.
Sul piano teorico, i quesiti sono suddivisi in cinque aree: viticoltura, vinificazione, gestione del vino, business e attualità. Si passa da domande agronomiche su intelligenza artificiale, gestione del suolo e resilienza dei portinnesti, a questioni enologiche su fermentazioni malolattiche, correzione dei difetti e influenza del pH sulle decisioni in cantina.
Non manca un focus sulla sostenibilità, le sfide del mercato e i cambiamenti culturali. Tra i quesiti più provocatori, uno chiede ai candidati di immaginare un blend che rappresenti “l’essenza della cultura vinicola dell’umanità”. Un altro esplora le conseguenze per l’industria vinicola se le etichette di vino dovessero riportare in modo sistematico gli avvertimenti sul rischio di cancro. Insomma, oltre alle nozioni, serve una visione.
Cosa insegna l’esame Master of Wine
Anche se non tutti aspirano a diventare Master of Wine, conoscere la struttura e le sfide dell’esame aiuta a comprendere come si evolve il settore. Le domande poste, i vini scelti, i temi trattati – dalla sostenibilità ai cambiamenti climatici, dall’intelligenza artificiale alle dinamiche di mercato – riflettono le grandi questioni che attraversano il mondo del vino contemporaneo.
Approfondire questi contenuti significa allenare lo sguardo, affinare il pensiero critico, e capire come ogni calice racconti una storia fatta di tecnica, cultura, territorio e scelte produttive. L’MW non è solo un traguardo, ma anche un punto di osservazione privilegiato su ciò che sta accadendo oggi nel vino, e su ciò che potrebbe accadere domani.
Conclusione
Osservare da vicino le prove dell’esame Master of Wine è un esercizio utile per chiunque voglia approfondire la cultura del vino. Non si tratta solo di riconoscere un vino alla cieca o memorizzare nozioni tecniche, ma di sviluppare uno sguardo critico e consapevole. È un invito a interrogarsi sul perché certe scelte agronomiche contano, su cosa rende un vino longevo, o come cambiano i consumi. Anche senza un diploma in mano, questo approccio ci aiuta a bere meglio, con più attenzione, rispetto e curiosità.



